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Frammenti dell'ultima serata:
"Pobre de mi, pobre de mi, s'acabò la fiesta de San Fermìn"

Ieri bevvi:
Considerando che questo articolo avrebbe dovuto essere postato il 15 Luglio se non fosse che la mia connessione internet Spagnola a scrocco scomparve: due litri di bota, così riempiti: 5 lattine di Red Bull, 1 bottiglia di Vodka.

Un famoso ubriacone una volta disse:
"Qualche furbastro deve aver tolto il tappo dal mio pranzo."
-- W. C. Fields


 

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10 gennaio 2009

N/A

 [geografia politica] “Praticamente è una zona della Germania piena di cittadine una in fila all’altra. Alcune ogni tanto si espandono e inglobano qualche cittadina vicina, che diventa un quartiere.”
“Oppure diventano dei wurstel. Tonnellate e tonnellate di wurstel che riempono le valli tedesche.”

[critica cinematografica] “E in questo film, La Leggenda degli Uomini Straordinari, c’è persino Dorian Gray, che è un super eroe immortale finchè non spari al suo ritratto.”
“Dio che cazzata. Altro che rivoltarsi nella tomba, è come se avessero preso il cadavere di Oscar Wilde e lo avessero inculato.”
“Quello molto probabilmente gli sarebbe piaciuto.”

[i musicisti classici non sanno mai di cosa parlano] “Ha fatto un concerto lì, come si chiama, quel posto a Milano, il Palatrudy!”
*risate generali* “Il Palatrussardi!”
“Ah ok, ma guarda che l’avevo sentito dire da Sebastian Bach.”

[visitare le meraviglie d'Europa per 30 € al giorno] “Cazzo R. quand’è che andiamo di nuovo in vacanza che voglio dormire su una panchina?”

[cattive compagnie] “Ma chiudi, che entrano i malintenzionati!”
“Sono abbastanza convinto che i malintenzionati siano già tutti qua dentro.”

[Milano non offre spazi ai suoi ubriaconi] “Ma chi cazzo conclude la propria serata in un garage?”
“Soltanto noi della Milano Male.”

[teologia del tabacco] “Merda ho preso per sbaglio le Winston Bianche!”
“Meglio, meglio. Vedi, sono bianche perché ti rischiarano l’anima.”

[critica costruttiva al movimento dark] “Maledetti adoratori della morte!”

[sinestesia della sbronza] “L’odore del vomito in realtà è buono se lo ascolti.”

[da non fare mai] “Oh no sono guidare e devo sbronzo!”

[un gioco di luce probabilmente] “Mi sembrava un cane quella birra.”

[ridereste anche voi se foste fatti] “Io non lo leggo Merdy Potter.”

[non pervenuta] “Drusilla nel fuoco se lo attilla.”

[a volte l'alcool garantisce dei superpoteri] “I miei capelli funzionano come vibrisse e mi permettono di evitare di sbattere la testa”

[altri superpoteri sinestetici] “Con un orecchio guardo e con uno sento.”

[buone norme di comportamento] “Per me l’ascensore è scurreggiogeno.”

[pratiche sessuali altruiste] “Hai mai infilato il dito di qualcun altro nel culo di qualcuno?”

[pratiche sessuali religiose] “In Cattolica odiano Dio e si toccano quando passano le suore"
“Io toccherei le suore!”

[tautologie] “Se vedi un cinque verde non è un tre. Anche perché è un cinque.”

[la vita notturna di Roma è tutta un'altra cosa] “E’ aperto il Vaticano la sera?”
“Sì, e dopo le undici se entri con un bambino paghi la metà.”

[atmosfera Natalizia costante] “Quando sei sbronzo è un po’ come se fosse sempre Natale.”

[a volte trovare da mangiare la notte è un'esperienza fantastica] “Seconda rotonda a destra e poi dritto fino al mattino. Il lurido che non c’è.”

 

30 novembre 2008

Re: aggiornamenti.

Siamo degli ubriaconi, che cazzo vi aspettavate?




permalink | inviato da IoBevo il 30/11/2008 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

26 settembre 2008

White Russian Reprise...


Mi guardo allo specchio e penso che sto flippando…


Sono qui, in mezzo alla musica, in mezzo alla gente, una puzza di piscio incredibile e mi rendo conto di essere ubriaco fradicio nel bagno di un locale. Senza avere il tempo di pensare penso che ho voglia di un white russian. Quel concentrato di gusto, classicità moderna, energica raffinatezza e stilosa mediocrità. Mi dirigo verso la il bancone per sentirmi dire dal barista che è felice di soddisfare le mie esigenze visti i fottuti sette euro che sto per allungargli.


Il suo sguardo si rivolge verso di me come un amo delicatamente trainato da un pescatore, la sua testa accenna un leggero movimento verso l’alto per farmi capire che ha compreso i miei desideri e che sta per raffigurare quell’essenza divina che terminerà la sua esistenza dopo aver scolpito le leggi della mia nottata.

Gli chiedo se può farmi un white e mi risponde nella maniera più inaspettata possibile: “que quieres?!”.


Cerco di fargli capire con la mia sola espressione che forse non è il caso che lavori in questo posto; essere barista significa dare fiducia, non è il semplice versare dei liquidi alla cazzo di cane in un bicchiere sperando che il cliente accolga l’intruglio senza porsi il problema del gusto a favore dell’irrisoria gradazione alcolica, non è il semplice sorridere ai primi coglioni che passano facendo un gesto alla Arthur Fonzarelli per dargli ragione senza capire una benemerita parola di quello che ti hanno appena detto, non è la gloria di essere in uno spazio che comandi se non sai nemmeno perchè ci sei finito... è molto di più, è l’aiuto che il cliente vuole da te quando chiede un drink, è la sicurezza che devi dare quando cerca il palato soddisfatto da qualcosa che possa scaldargli l’anima gelandogli la gola, è la formalità che desidera dalla tua maestria occulta nei semplici gesti della creazione... è molto di più che un semplice frullatore.


Niente, quello che cerco non lo trovo, decido quindi di impersonarmi in quelle certezze che cercavo per spiegare all’ignorante le mie intenzioni. Gli chiedo un bicchiere, del ghiaccio, non quel bicchiere, l’altro, non tre cubetti, solo due, vodka, kaluha e bayleys.

Me li mette davanti, finalmente, come un dono di dio mi da la possibilità di riempire il bicchiere come meglio credo con quello che egli presume essere uno dei peggiori intrugli concepiti da un figlio del caso.


La mia creazione risulta complessa, tanto tempo lontanto dal mio prediletto che quasi non mi ricordo come prepararlo. Ma appena la prima goccia di vodka sgorga dalla bottiglia mi rendo subito conto che non sono io a controllare le mie azioni, bensì lo spirito dell’ubriaco che gestisce la mia mente. La vodka esce mercurosamente mentre la mia mano sinistra già si accinge a raccogliere la kaluha per la colorazione della trasparenza.

Vedo chiare le conseguenze di quel gesto, so che non tornerò a casa come pensavo di tornare, so che la serata prenderà una piega differente, so che tutto quello che sto facendo va contro di me benchè assolutamente secondo le mie oziose volonta.

Sale il caffè mentre l’ultimo ingrediente si prepara ad essere l’eletto del momento, chiaro, soffice e vellutato, dalla dolcezza divina. Con la delicatezza della seta scende verso gli altri due spiriti come una crema di vitalità, come una gioia tra le profondità dei colori oscuri.

Si ferma all’orlo senza darmi la possibilità di pensare se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto.


E’ sicuramente mezzo pieno.


Proseguo nelle mie azioni senza dare cenni di titubanza mentre l’ultima goccia spilla dalla bottiglia che tengo in mano, la mia fatica è giunta ad una conclusione che si lascia pregustare sul dorso felpato del mio desideroso palato.

Stringo con attenzione il bicchiere dimenticandomi di tutto ciò che mi circonda, il vetro è freddo, umido di una minuscola condensa che mantiene il liquido nel suo stato migliore, una temperatura perfetta per una lunga nottata d’inizio estate quando la sensazione di sete si unisce all’incomparabile desiderio di freschezza scaturito dalle luci soffuse e dalla calca delle persone intorno a me, pressanti per un inutile vodka-qualcosa.

 

Sorseggio delicatamente il mio cocktail mentre la musica attorno a me si offusca regalandomi un introspettivo silenzio che mi conduce a pensare...

 

Questo è il mio Cocktail.

Ce ne sono tanti come lui,

ma questo è IL MIO.

Il mio Cocktail è il mio migliore amico,

è la mia vita.

Io debbo dominarlo come domino la mia vita.

Senza di me il mio Cocktail non è niente;

senza il mio Cocktail io sono niente.

Debbo saperlo creare,

debbo bere meglio del mio nemico che cerca di ubriacarsi,

debbo bere io prima che lui beva e lo farò.

Al cospetto di Dio bevo fino alla morte.

Il mio Cocktail e me stesso siamo i difensori delle sbronze,

siamo i dominatori degli altri ubriaconi,

siamo i salvatori della nostra vita e così sia,

finché non ci sarà più acqua ma solo alcol.

 

Amen.

 

V


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permalink | inviato da Vestat il 26/9/2008 alle 19:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

21 luglio 2008

Alcuni brevi cenni sulla (seconda) festa più grande del mondo

 

Si potrebbe pensare che, come è vero il più delle volte, un titolo altisonante non sia altro che un futile tentativo di propaganda. Al mondo ci saranno qualcosa come quattordici fiere più grandi del mondo, dodici filoni di pane più lunghi del mondo, ventidue uomini più alti del mondo, e come minimo quattro isole più grandi del mondo, checché ne dica l’Australia.

E’ logico quindi pensare che anche San Fermin sia indubbiamente una festa molto grande, ma davvero tanto, ma di certo non così nettamente superiore alle altre.

Ed è qui che ci si sbaglia.

Cercate di ricordare la festa più fottutamente immensa cui abbiate partecipato (sì, lo so che è difficile, ma fate uno sforzo). Voglio dire davvero fottutamente immensa, non quella volta che il vostro migliore amico ha noleggiato un magazzino e invitato cento persone e alla fine è arrivata la polizia e vi hanno pure picchiato, sarà anche stato divertente ma a paragone di quello che voglio descrivere non è neanche una scoreggia in una tromba d’aria.

Quello che voglio che cerchiate di ricordare è una festa ufficiale, uno di quei ritrovi dove confluiscono migliaia di turisti, qualcosa come l’Oktoberfest o il Carnevale di Venezia o il ritrovo di Pontida, nel caso foste Bergamaschi (e in tal caso smettete di leggere e andate a farvi fottere, grazie)(se votate Lega eh, non se siete Bergamaschi)(no ma anche se siete Bergamaschi)(no dai scherzo)(non scherzo affatto)(:D)(>:().

Bene, voglio immaginare che non siate degli sfigati e che quindi questa festa ufficiale durasse almeno due giorni, coinvolgesse una città di medie dimensioni e ospitasse almeno centomila turisti. Se la festa in questione era il Carnevale di Rio allora ok, è più grande. Ma è l’unica. Già diamo un’idea della scala, eh?

Bene, moltiplicatelo per quindici.

Fatto? Vuol dire arrivare a un milione e mezzo di persone. Un milione e mezzo. Secondo la questura!

Ok, ora aggiungetevi un atteggiamento nei confronti dell’abuso di alcool che farebbe sembrare Bukowski un puritano. Da parte di ognuno degli individui facenti parte del suddetto milione e mezzo di persone. Significa che la città in questione si trasforma in una versione dopata della Las Vegas che tutti noi abbiamo imparato ad amare grazie al film Paura e Delirio a Las Vegas, con in più dei tori infuriati che corrono per le strade ogni mattina – sì, ogni fottuta mattina, qualsiasi significato possa avere questo termine nel paese che ha inventato il verbo madrugar (fare l’alba).

Se ancora non siete convinti che il titolo non sia affatto un’iperbole, prendete tutto quello che vi ho descritto e prolungatelo per duecentosedici ore consecutive, o in altri termini per nove giorni, dal mezzogiorno del 6 Luglio alla mezzanotte del 14 Luglio – anche se i più estremi cominciano alle dieci del mattino del 6 e finiscono alle sei del mattino del 15. Soprattutto, quando dico consecutive intendo esattamente questo, senza interruzioni, senza pause escluso il collasso, dai fuochi artificiali delle undici al concerto delle due ai tori delle otto ai tizi pelosi venuti dalla campagna che scolpiscono tronchi con motoseghe in forme pucciose.

Infine prendete voi stessi, dai cialtroni ubriaconi che sicuramente siete, e infilatevi all’interno di questa cornice. Cosa vedete? La seconda festa più grande del mondo? Ne ero sicuro.

Nella prossima puntata, il mitico abbigliamento da battaglia di San Fermin, ivi inclusa la bota, e la descrizione degli eventi specifici, soprattutto quanto sia fico vedere i turisti Americani scappottati dai tori la mattina.




permalink | inviato da IoBevo il 21/7/2008 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

6 giugno 2008

Sei del mattino

 

Sei del mattino.

Mi tolgo le mie cazzate dal corpo, mi preparo per andare a dormire e mi viene in mente che ho voglia di scrivere. Non sono uno scrittore, non mi vanto di esserlo, anzi, credo di scrivere male. Però so che quello che scirvo può dare gioia ad alcune persone. Poche ma abbastanza.
Vale la pena. Frase internazionale, anche in spagna si dice che vale la pena, quindi anche in brasile, argentina... in portogallo ti capiscono, a new york ormai sanno che significa e la mia ignoranza non mi permette di andare oltre.

In tutto ciò, lettori siate felici di leggere le mie parole e non rompete il cazzo.
Serata normale, quegli undici cocktail regolamentari più le riserve. Pare una partita di dodgeball che finische con la faccia di chuck che ti invita a cena a suon di calci rotani.
E la nonciclopedia insegna che questo è possibile, in fondo è tutta farina del sacco di wiki.
Sono le sei del mattino, mi accingo ad andare a dormire, anche se il dormire è molto lontano dai miei pensieri... e chi c’è nei miei pensieri... nessuno.
La mia gelatina, la ragazza che questa sera mi ha fatto una foto, il barista che non sa che cosa sia un cocktail (e darei qualsiasi cosa per un cazzo di white russian)... un po’ come ascoltare i tool in questo paese...
Sono qui, a guardare il mondo, che non sta fermo, che si muove intorno a me come una specie di giostra, che mi regala tutte le emozioni che per ora può regalarmi... e guardo la cartina del mondo, ho visto più o meno un cinque per cento della superficie terrestre... parlo parlo, ma non so nulla.
Prossimo viaggio, Russia.
Vediamo sto paese, tanta storia, tante cose interessanti ed ha pure vinto euroviosion che la rai boicotta per problemi di soldi. La sanno lunga, in fondo è come vedere gli stati uniti, solo si guarda il loro nemico. Più vicino, più economico e con un sacco di cose sconosciute da apprendere.
L’ignoranza è un bene, ma cosa stiamo al mondo a fare se restiamo ignoranti?
Bisogna andare, viaggiare, vivere la vita.
E lo dice uno che a 24 anni si sente già vecchio, gli sembra di aver già perso troppo e di trovarsi in difficoltà per recuperare... e cosa sono ventiquattro fottuti anni, se non l’inizio della vita.
Per fortuna... mai più perdere un secondo. Tutti da vivere quelli che rimangono.
Non sono nostalgico, sono felice.
Solo parlo di cose che dovremmo sapere tutti. Dobbiamo vivere fino in fondo la nostra vita.

E’ una sola.

Nessuno è mai tornato indietro dandoci reali speranze di una seconda vita, sono solo logiche imposte. Libri, stronzate scritte su libri che consideriamo regole.
Chissene frega se non ci sono i consensi, i soldi o la libertà. Tutte queste cose si trovano nel momento del bisogno. I soldi non sono indispensabili, la libertà è qualcosa di proprio che nessuno ci potrà mai togliere, e i consensi sono solo qualcosa che cerca di limitare la libertà.
E qualcuno potrà dirmi che accettare i consensi è un modo per vivere in sintonia con altre persone, senza violare le libertà, cercando il compromesso tra i propri spazi e quelli altrui...
Senza dubbio.
Ma fanculo.
La vita è propria, non si perde nulla ad essere un po’ egoisti. Tutti lo sono, non esserlo significa sottoporsi all’egoismo di chi è più forte di noi.
Quindi andiamo, viaggiamo, viviamo, spacchiamo il mondo.
Non c’è nulla di male...
E non dirmi “si ma...”, “non so...”, “però...”.
Vivi cazzo.

V




permalink | inviato da Vestat il 6/6/2008 alle 3:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

7 maggio 2008

Bellezza

 

La grande sfida umana è sempre stata il perseguimento della felicità. Venne in mente ai Padri Fondatori di metterlo per iscritto, ma ciò nonostante l’obiettivo in se stesso era sempre stato di fronte agli occhi di tutti: l’essere umano desidera essere felice.

La bellezza è parte integrante di questo ideale. Non parlo di una bellezza meramente fisica, quanto di una sensazione che trascende l’oggettività visiva per situarsi all’interno di una percezione quasi astratta, non fosse per la sua splendida realtà. L’uomo persegue un’estetica che è mentale e razionale quanto animale e istintiva, un’estetica che si può spiegare, ma solo nei termini dell’incommensurabile, dell’inarrivabile, del cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me.

Bevendo, questa sensazione si palesa nella sua assolutezza, diviene realtà concreta, e colpisce talmente forte da far salire lacrime agli occhi e costringere l’individuo a fermarsi per osservare estasiato ciò che ha travolto così totalmente i suoi sensi. Ciò succede perché si è riusciti a raggiungere una sintesi dei sensi, perché la bibita infernale ci ha portato a un livello di coscienza allo stesso tempo più istintivo e più lucido. Un albero, un uccello che lancia il primo canto del mattino ancora da venire, e gli edifici dove uomini e donne dormono o fanno l’amore in attesa della chiamata alla vita attiva, si fondono in un unico insuperabile che rappresenta l’ideale estetico in tutta la sua forza. Non v’è modo di resistervi.

Può succedere per il motivo più stupido e inesplicabile, come appunto il primo cinguettio di un volatile nelle prime ore dell’alba o l’accendersi di una luce automatica e i suoi riflessi vaghi sull’asflato bagnato, qualsiasi sia la causa chiunque può capire a cosa mi riferisco, quell’improvviso accelerare del cuore, quella commozione sentimentale che s’impone imperante alla mente, quell’unica idea che qualsiasi cosa sia là fuori sia talmente bella, talmente perfetta, da valere e ripagare ogni sforzo e ogni sofferenza di questa vita.

Non so se potete intendermi se non avete mai attraversato un parco o una città sconosciuta durante le ultime ore della notte sopraffatti dall’ebbrezza, e non m’importa se potete pensare che un simile tipo di sensazione sia solo dovuta a una fuga dalla realtà chimicamente indotta; perché di fuga non si tratta, quando di immersione senza corda di salvataggio. Accusare l’ubriaco di percepire una realtà inesistente creata dalla sua ebbrezza è paragonabile all’accusare chi accende una luce in un museo buio di aver trasformato i quadri in mere sofisticazioni.

Al contrario, egli ha soltanto svelato agli astanti la loro vera bellezza. E loro, con gli occhi ancora lucidi, potranno accennare ad altri il paradiso osservato, ma senza luce, vale a dire, senza ebbrezza, questi ultimi potranno soltanto immaginare, e male, ciò che i primi hanno provato.

A loro danno e detrimento. Del resto non sono qui per fare beneficenza.




permalink | inviato da IoBevo il 7/5/2008 alle 20:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

8 aprile 2008

Nuove teorie di vita

E’ un pezzo ormai che questo blog sta diventando un po’ una leggenda che tutti sanno cosa sia ma nessuno sappia realmente cosa dentro ci stia... e non so nemmeno se quel che dico ora ha senso oppure no.

Devo ammettere che sono svariate sere che cerco di scrivere un nuovo articolo da fatto (e chi ha delle fottute orecchie per intendere... intenda per dio), ma dovremmo quasi tutti sapere molto bene quanto sia difficile un’operaziono del genere. Ci sono situazioni nelle quali l’ultima cosa che viene in mente da fare è attivarsi e reagire alla propria condizione di essenza pura e semplice esistente per il solo motivo di essere al mondo. Al che ho deciso di scrivere quattro stronzate da sobrio... sì signori, proprio sobrio.

So che è molto difficile da credere, soprattutto pensando al semplice fatto che sono in erasmus che, come insegna il biblico “american pai”, è un continuo di orge intervallato da momenti di festa, ma temo le cose stiano proprio così. Ma non vi preoccupate, questa mia condizione finirà prestissimo; a tal proposito vorrei introdurre ed estrarre da questo discorso la mia bellissima e nuova fiaschetta alcolica in metallo cromato contenente wiskey di scarsissima qualità con l’evidente stampatura in pressione della scritta CCCP ed un simpatico disegnino di una falce agricola ed un martelletto da carpentiere.

Detto ciò, ho i minuti contati per concludere questo articolo, perchè a momenti dovrebbe arrivare il mio coinquilino che pare essere un rinomato assuntore accanito di canapa ludica. Quello che voglio dire non è in realtà importante, visto che, appunto in realtà, non voglio proprio dire nulla. Ma so per certo che quel che ho appena detto mi sembra una specie di déjà vù di un racconto scritto dal mio caro collega, e questo mi sembra un ottimo argomento per cominciare a sapere che cosa dire. Il vero problema è che questo argomento finisce qui per dare spazio a quello nuovo che tratta appunto del fatto che mi sembra di essere più ubriaco ora di quando sono solitamente ubriaco.

Forse a questo punto ho trovato un’interessante soluzione al problema del dover bere tantissimo (e quando un ubriacone dice tantissimo vuol proprio dire TANTISSIMO) per essere ubriaco quanto vorrei: cioè restare sobrio. Eh già perchè a questo punto devo prendere atto del fatto che le mie bevute rappresentano ormai il mercato azionistico maggioritario del mio corpo, quindi ormai sembra che l’alcol abbia preso possesso di me. E non lo dico tanto per dire, lo dico sulla base di raffinati e studiati principi economici che stabiliscono il potere decisionale sul mio corpo da parte di chi ne possiede la maggiorìa delle azioni.

Vorrei dunque attuare una semplice operaione di “rovescio della medaglia” (anche questa molto rinomata in ambito econo-socio-psico-cultu-...omico) per tentare di sentirmi ubriaco restando sobrio. Già, proprio così, inizierò a non bere senza badare ai problemi conseguenti ad un non-abuso di alcol: cioè perdita della simpatia, antilabirintite acuta, sovraccarico di equilibrio, benessere di stomaco e possibile esplosione della vescica a causa di una mancata azione diuretica. Tutto questo mi terrorizza, ma devo farcela, per il bene di tutti gli ubriaconi che ancora fanno molta fatica ad ubriacarsi con quantitativi cristiani di sostanze alcoliche.

Sono arrivati i coinquilini. Vado a fare una strage di cani.

V


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permalink | inviato da Vestat il 8/4/2008 alle 20:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 marzo 2008

Ma di che cazzo sto parlando?

 

Voglio immaginare sotto quali tratti inediti il dispotismo potrà prodursi nel mondo; vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali, che incessantemente si ripiegano su se stessi per procurarsi piccoli e volgari piaceri, di cui riempiono la loro anima. Ognuno di essi, ritirato in disparte, è come estraneo al destino di tutti gli altri, i suoi figli ed i suoi amici personali formano per lui tutta la specie umana… Al di sopra di costoro si eleva un potere immenso e tutelare, che, da solo, si incarica di assicurare loro i piaceri e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, capillare, regolare, previdente e dolce. Assomiglierebbe al potere paterno se, come quello, avesse per fine di preparare gli uomini all’età virile; ma, al contrario, non cerca che di fissarli irrevocabilmente all’infanzia; gli piace che i cittadini siano contenti, a condizione che pensino soltanto ad essere contenti. Lavora volentieri alla loro felicità, provvede alla loro sicurezza, prevede e assicura la soddisfazione dei loro bisogni, facilita i loro piaceri, conduce i loro affari principali, dirige la loro attività, regola le loro successioni, divide le loro eredità; perchè mai non può toglier loro interamente la fatica di pensare e la pena di vivere?

                                                                       - Alexis de Tocqueville, La Democratie en Amerique

Non è, semplicemente, un sentire dovuto all’alcool, un’esagerazione percettiva chimicamente indotta, quanto l’emergere di sensi e sensazioni già conosciute, forse represse e nascoste, ma comunque presenti nell’idea generale tutt’ora in fieri.

L’idea di fondo soggiace alla strutturazione sociale basata su cicli di azioni non differenziate se non per aspetti marginali e irrilevanti; l’arbitraria superiorità associata a livelli non sociali, o comunque a livelli sociali molto bassi se considerati su un piano comunicativo astratto, di interazione umana; la prevalenza dell’istinto, e dell’istinto più bieco, a fronte di considerazioni razionali distintive dell’essere umano dal primate; e la quieta rassegnazione con cui tutto ciò viene accettato anche da membri potenzialmente devianti del gruppo sociale stabilito.

Tutto ciò, in breve, si configura come una riduzione della socialità a gesti e significati basilari e posseduti da tutti, con l’aiuto – e la scusante – non indifferente della scarsa perizia nell’utilizzo dell’idioma comune (seppure la stessa sia validamente adducibile come tale solo nel breve periodo, e diventi nel lungo un’ulteriore motivo di critica piuttosto che una giustificazione).

Se l’essere umano minimo è in grado di comunicare utilizzando circa 500 parole e il primate più avanzato può comprendere fino a 250 configurazioni sonore differenti, banalmente definite come versi, la definizione di zoo assegnata al luogo oggetto della critica non pare eccessiva; e diventa anzi quanto più appropriata se associata ai membri potenzialmente devianti di cui al punto precedente, e alla costrizione attivo-passiva che sentono nel rimanere legati a quel luogo.

Attiva in quanto esplicita ed esplicitata dai membri pienamente integrati del gruppo sociale; e passiva perché autoimposta nell’ambito della concezione di una socialità obbligatoria, seppure nei suoi confini più minimi, e del dualismo fornito dal sociale o non sociale, dove il sociale non ammette deviazioni dal modello dominante – e definisce chi devia come non sociale, piuttosto che come differentemente sociale.

Il risultato è un appiattimento generico del livello intellettuale attorno al gradino più basso della scala, un annichilimento delle possibilità di interazione sociale basate su modelli differenti, un generale annullamento della comunicazione complessa imposto attivamente e accettato passivamene sia per pigrizia che per incapacità di reagire con forza sufficiente.

L’uomo pienamente integrato in un simile sistema cessa di essere razionale e diviene una macchina istintuale indirizzata verso il consumo di soddisfazioni basilari, in un processo che raggiunge forse l’apice della capacità del mercato di ridurre l’essere umano ai suoi minimi termini, ancor più evidente in quanto non diretto e voluto da un’elite con interessi chiari ma autogenerato da una comunità incapace di produrre alcun tipo di valore o discorso morale.

In questo la strutturazione del locale risulta perfettamente adatta allo scopo, avvantaggiandosi di una conoscenza che è vecchia di secoli. L’ottundimento cerebrale provocato dalla ripetitività dei ritmi musicali nasconde radici profonde nei baccanali dell’Antica Grecia, nei festival druidici celebrati nei boschi sacri di Francia e Germania e in qualsiasi manifestazione dell’istintualità umana scevra da ogni complicazione razionale; il consumo di droga, primariamente alcool, imposto dall’altrimenti inevitabile incapacità di relazionarsi con il prossimo, dovuta al livello basilare della comunicazione descritto in precedenza, diventa una necessità imprescindibile. In questo il luogo diventa creatore di vizi da cui risulta impossibile liberarsi se non abbandonando in toto tale limitante tipo di interazione sociale.

Ma se tali rituali antichi facevano parte di una cornice religiosa e culturale ricca di contenuti astratti e di possibilità di sviluppo intellettuale, la mutuazione attuale basata sugli stessi concetti non possiede alcun aspetto liberatorio o conclusivo, e si configura come un ciclo continuo e ripetuto senza possibilità di accrescimento individuale. Se, in sostanza, il rituale antico era celebrato con il dichiarato scopo di maturazione dell’individuo partecipante in un’ottica spirituale e filosofica, e l’implicito scopo di soddisfazione degli istinti basilari, il rituale moderno solo soddisfa i bisogni primari o basilari ma non si degna di considerare quelli superiori; ripartendo, in tal modo, gli esseri umani in due categorie, coloro i quali traggono soddisfazione sufficiente dall’esercizio di una socialità e istintualità tanto limitata, e gli insoddisfatti.

I secondi, per altro, necessariamente destinati a dominare i primi, anche solo perché maggiormente in grado di sfruttare l’istinto per raggiungere scopi razionali, e non solo per ottenere piacere nel breve periodo. Paradossalmente, è l’eccesso del Dionisiaco che impedisce la sublimazione individuale nel consumo della tragedia – o nella fine del convivio - , ed è la mancanza di Socratico che abbatte l’uomo e lo riduce a un’ombra priva di spessore. Con buona pace di Nietzsche.

Tutte le lusinghe, le possibili tentazioni si uniscono per spingere gli operai all'ubriachezza. L'acquavite per essi è la sola fonte di gioia, e tutto congiura per mettergliela a portata di mano. L'operaio non dovrebbe sentire la tensione fortissima di ubriacarsi, dovrebbe essere capace di respingere gli allettamenti del bere?

Al contrario la certezza di poter dimenticare per qualche ora nell'ebrietà la miseria ed il peso della vita; queste e altre cento circostanze agiscono così fortemente che in verità non si può rimproverare agli operai la loro predilezione per l'acquavite.

L'ubriachezza cessa di essere un vizio dal quale si possa rendere responsabile il vizioso, diviene un fenomeno, la conseguenza necessaria e inevitabile, di determinate condizioni nei confronti di un oggetto che è privo di volontà.

Coloro i quali hanno fatto dell'operaio un puro e semplice oggetto ne portino le responsabilità.
- F. Engels, Situazione della classe operaia in Inghilterra




permalink | inviato da IoBevo il 2/3/2008 alle 4:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

10 gennaio 2008

Capodanno

 

Le categorizzazioni, si sa, sono il pane di chi vuol dare l’impressione di aver capito tutto di una determinata materia quando in realtà non ne ha capito nulla. Siano esse economiche (classi), sociologiche (ceti), scientifiche (specie) o politiche (pandoro o panettone?), hanno la lodevole virtù di includere tutto ciò che non escludono, o in altre parole di esplicare tutto ciò che non si ha voglia di studiare abbastanza approfonditamente da considerarlo nella sua individualità, o in sostanza di non dire un cazzo in maniera estremamente sofisticata e intellettuale, un po’ come sto facendo io ora.

Dovunque ci si volti si trovano etichette, compartimenti, schemi preordinati in cui rientrare e cartelloni pubblicitari con donne seminude che reclamizzano ogni tipo di prodotto, dalla biancheria intima agli acceleratori positronici. In ultima analisi, si finisce sempre per arrivare a distinzioni binarie: conformisti e anti-conformisti, politici e anti-politici (o insettoidi frinenti), scozzesi e coloro che vorrebbero essere scozzesi, pandoro o panettone, eccetera eccetera. Dovrebbe essere chiaro a chiunque non sia un computer che un simile modo di pensare porterà sempre inevitabilmente allo scontro e mai al confronto.

Si arriva quindi al punto di questo discorso, che mi ero dimenticato e ho impiegato 10 minuti a ricordarmelo, ovvero le due categorie di persone che è possibile incontrare in una festa: i sobri e gli ubriachi. I primi rivestono il fondamentale ruolo del raccontare ai secondi quello che è successo durante la serata. I secondi hanno l’altrettanto fondamentale compito di fornire ai primi qualcosa da raccontare. La relazione, converrete con me, è simbiotica.

Per congiunzioni astrali non meglio chiarite, nemmeno sul celeberrimo giornale Astra, mi sono ritrovato a interpretare il ruolo del sobrio durante il capodanno appena trascorso, e ho quindi potuto raccogliere una serie di osservazioni sociologico-antropologiche che ho prontamente trasformato in leggi, le quali, si sa, sono immensamente più affidabili delle categorizzazioni spicce. Le fornisco qui per quei cari ragazzi sbronzi che mi hanno permesso di formularle ma che ovviamente non ricorderanno nessuno degli eventi che le hanno portate alla mia attenzione:

Osservazioni matematico-fisiche:

· Il numero di persone presenti ad una festa in casa è sempre compreso fra x e z, dove x è il numero minimo di persone necessarie a ridurre la casa in questione in un porcaio, e z il numero di persone attualmente presenti sul pianeta Terra.

· Per converso, il numero di persone presenti la mattina dopo per pulire è sempre uguale o minore di x+1, dove x rappresenta il numero di persone che hanno perso conoscenza durante la festa o si sono dimenticate dove abitavano, e 1 è il proprietario di casa.

· Il numero di bottiglie di spumante necessarie perchè a qualcuno venga in mente di spruzzare spumante ovunque è 0. Infatti se non sono presenti bottiglie di spumante qualcuno uscirà a comprarle e le spruzzerà per casa.

· Dal 30% al 60% delle bottiglie di spumante presente in casa viene aperto fragorosamente molto prima della mezzanotte, anche se le bottiglie in questione vengono affidate ai festaioli a 10 secondo dallo scoccare della mezzanotte stessa.

Osservazioni sessuali (da un punto di vista maschile perchè sono un uomo e comunque al mondo contano solo i maschi):

· La ragazza più figa della festa è sempre occupata.

· La ragazza più brutta della festa ci proverà sempre con te.

· Dopo un sufficiente numero di cocktail, nessuna ragazza è più occupata. O brutta.

· La ragazza che ci sta è quella che sta per vomitare.

Osservazioni antropologiche:

· Il concetto di proprietà privata svanirà all’incirca a due ore dall’inizio della festa. Il tuo bicchiere, il tuo piatto, la tua forchetta diventeranno proprietà collettive, così come il tuo cappotto, la tua camera, il tuo zaino, i tuoi cd e qualsiasi altra cosa tu abbia avuto la malaugurata idea di portare. La tua anima no, però. Quella te l’ha già succhiata la bottiglia.

· La ringhiera di un balcone è un posto immensamente più confortevole del cesso per piegarsi e vomitare.

Ora considerando che ho impiegato una fottuta settimana del cazzo a scrivere questo articolo, che è venuto fuori di merda, e che mi sono stufato, lo pubblico così com’è e vaffanculo. Tanto questa minchia di blog non lo legge nessuno.




permalink | inviato da IoBevo il 10/1/2008 alle 20:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

4 dicembre 2007

Meh

Pigrizia. Sbattimento. Articolo frasi.

[esame con postumi] “Brava, 30. Su che libro ha studiato?” “Erm... quello giallo... ?”

[al cimitero] “Poco casino, qui c’è gente che vuole dormire... PER SEMPRE!”

[sane precauzioni] “Il mio accendino è esploso!” “Sposto il mio nella tasca dietro. Meglio il culo che l’uccello.”

[niente domande difficili] “Non adesso, sono in modalità provvisoria.”

[antropologia culturale] “I più Giapponesi al mondo sono i Giapponesi.”

[quando gli amici hanno gusto nel vestire] “Figa M. credevo fossi un barbone che ci chiedeva quattrini.”

[sesso con animali] “Avevo un antenato pittore.” “Un antenato pitone??”

[locali all’aperto] “Andiamo al MOM.” “Ma piove a dirottto.” “Eh beh? Formiamo una testuggine di ombrelli come in 300 e invece delle lance teniamo fuori le birre così durano di più.”

[politically scorrect] “Io potrei fare il babysitter soltanto con bambini non in grado di deambulare.” “Cioè quelli Afghani?”

[comprensibile solo da sobri] “Come l’hai preso quel cocktail?” “L’ho comprato con-sonanti qttrn.”

[l’amore non ha limiti] “Sei ubriaco?” “No sono affetto dall’effetto dell’alcool. Perchè l’alcool ha affetto per me.”

[no comment] “Mi stai sgranocchiando le palle come un orsetto siberiano sgranocchia una nocciolina.”

[no comment 2] “La merda al giorno d’oggi tira quasi più della fica.”

[facili giochi di parole] “Facciamo del sesso anale con un nano. Si chiama sesso nanale.”

[politically scorrect 2] “Ci sarà una crema nel futuro per non essere Cinesi.”

[mancanza di memoria breve] “Io sono fattissimo.” “Io no. Ah già non ho ancora fumato!”

[evitate le relazioni a distanza] “Chissà cosa combina la tua ragazza in America...” “Beh spero si tenga allenata.” “Giusto. La figa è come il buco degli orecchini, se non la usi si richiude.”

[qualcuno ha detto qualcosa?] “Un aspiratore che aspira gli aspiratosi.”

[quant’è bello far l’amore da Trieste in giù] “Volendo essere pignoli il comune più a Nord d’Italia è Trepalle. Non vedo perchè escludere un sacco di Italiani partendo da Trieste.” “Giusto. Quant’è bello far l’amore da Trepalle in giù. Perchè quattro sarebbero proprio troppe.”

[non amoreggiate in macchina quando la gente cerca parcheggio] “E basta sbaciucchiarsi maledizione! Essere eterossessuali è da checche!”

[i locali o chiudono presto o costano troppo] “Quale locale è aperto a quest’ora che non fa pagare l’ingresso?” “... l’Inferno.”




permalink | inviato da IoBevo il 4/12/2007 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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